Carmine Crocco - dei briganti il generale
(1 dvd - Pal 16:9 - 37' - V.O. Italiana - 2008)

Le avventurose vicende di Carmine Crocco, il brigante lucano che tra il 1860 e il 1864 mise a ferro e fuoco l'intero Mezzogiorno
"Il giorno 27 marzo del 1889, dal bagno di Santo Stefano, dove sconto la mia pena, comincio a scrivere i miei ricordi. Da questo mio scritto non aspettare cose che l'anima dell'uomo si rallegri, ma bensì dovrà rattristarsi ed inorridire". Così comincia il manoscritto di Carmine Donatelli Crocco, il Generale dei Briganti.

Carmine Crocco nacque a Rionero in Vulture, vicino a Melfi, nel 1830. Di indole ribelle, egli cercò un suo personale riscatto alle misere condizioni di pastore e alle prepotenze dei latifondisti, combattendo prima per Garibaldi poi con la controreazione borbonica e infine per se stesso. La sua banda arrivò a contare nel 1863 oltre duemila uomini. Crocco si guadagnò l'appellativo di Generale dei Briganti.
Dopo l'unità d'Italia vennero meno le protezioni di chi con il nuovo governo temeva di perdere i propri privilegi. Contro Crocco ed i briganti della regione si scatenò una feroce repressione che causò migliaia di morti soprattutto tra le classi più umili. Crocco si ritrovò solo e tradito anche da uno dei suoi uomini più fedeli, Giuseppe Caruso. Nel luglio del 1864 il Generale dei Briganti cercò rifugio nello Stato Pontificio che per anni aveva sostenuto in chiave anti-unitaria le azioni brigantesche. Ma invece dell'aiuto sperato egli venne incarcerato e quindi consegnato al nuovo stato italiano.
Carmine Crocco venne processato a Potenza nel 1872. Le pesanti accuse di decine di omicidi, furti, ricatti e grassazioni, determinarono la sua condanna a morte. Due anni dopo, per volere del Re, la pena di morte venne commutata nel carcere a vita da scontare nel carcere di Portoferraio, all'isola d'Elba, dove Crocco si spense all'età di 75 anni. Era il 1905.
La storia di Carmine Crocco è anche la storia di un tentativo di riscatto collettivo, il tentativo spesso ingenuo e anarcoide di migliaia di contadini che rivendicavano il loro diritto alla terra e a condizioni di vita migliori. Tra le tante analisi che negli anni si sono succedute sul fenomeno del brigantaggio, la più semplice e vera è forse quella di un contadino analfabeta di San Fele, Vito Di Gianni, che catturato disse: “Fummo calpestati, noi ci vendicammo”.
A raccontarci chi era Carmine Crocco, il contesto storico in cui si muovevano i briganti lucani, le ragioni profonde di quanto è accaduto ormai 150 anni fa, sono alcuni tra gli studiosi più attenti al fenomeno: Raffaele Nigro, Valentino Romano, Mario Proto, Costantino Conte, Michele Di Cugno. Il documentario riporterà inoltre in vita le parole del diario di Crocco, pubblicato nel 1903. Con musica originale di Antonio Labate.
scritto e diretto da Antonio Esposto e Massimo Lunardelli
prodotto da Colombrefilm
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pubblicato sotto licenza Creative Commons 2.5 Italia
di Costantino Conte
A giudizio di Nitti le masse meridionali nella seconda metà dell'Ottocento hanno avuto due sole possibilità per sfuggire alla "miseria crudele" che la opprimeva: prima il brigantaggio e poi l'emigrazione.
Che quest'assunto fosse fondato lo dimostrano anche i dati relativi alla partecipazione dei contadini atellani a quei due complessi fenomeni.
Il brigantaggio ha interessato per quasi tutto il decennio post-unitario Atella.
Basti pensare che un centinaio furono gli atellani convolti nelle "reazioni" della primavera 1861, che fino all'estate del 1863 quattro briganti atellani erano morti in carcere e dodici erano stati fucilati; che trentotto furono le vittime del brigantaggio nel territorio comunale tra la primavera del 1861 e quella del 1863.
Di Atella era Giuseppe Caruso che, dopo essere stato brigante, si consegnò alle autorità nel 1863 e diede un contributo notevole alla repressione del brigantaggio nel melfese.
Per capire il fenomeno del brigantaggio post-unitario val la pena di tener presente che, nonostante la "insurrezione lucana" dell'agosto 1860, alla quale parteciparono anche alcuni atellani, il trapasso dal regime borbonico a quello unitario venne mal digerito da una parte della borghesia cittadina, che ebbe paura di perdere i privilegi dei quali godeva.
Per questo ai primi di ottobre del 1860, ancorché nel Plebiscito l'elettorato atellano si espremesse unanimemente per l'annessione al Regno d'Italia, si verificarono ad Atella " serii disturbi " sottovalutati dalle autorità. Esse sottovalutarono anche l'arresto ai primi di febbraio del 1861 di tre individui che nelle vicinanze della cittadina assoldavano uomini per conto di Crocco.
Ciò fece sì che gli esponenti filoborbonici potessero operare indisturbati in paese e potessero fare del convento di S. Maria degli Angeli la "centrale operativa" del movimento legittimista del melfese. Proprio qui, infatti il 4 aprile 1861 Crocco incontrò un "francese", un "capitano napolitano ed un tenente siciliano" con i quali preparò il piano delle "reazioni" scoppiate il 7 aprile.
Ad esse parteciparono molti contadini atellani nella speranza di sfuggire alle misere condizioni di vita cui erano costretti. Secondo le testimonianze, infatti, il loro apporto divenne ancor più consistente dopo che l'8 aprile alcuni atellani "ritornarono da Ripacandida … con molto oro, e diversi oggetti, che mostrarono al pubblìco".
La convergenza tra la paura dei galantuomini nei confronti della possibile introduzione di un nuovo sistema sociale, non più fondato sui principi di tipo parafeudale fino allora invalsi, e la volontà dei contadini di migliorare la propria vita è alla base, quindi, di quel fenomeno che va sotto il nome di brigantaggio.
Il 12 aprile, mentre le bande di Crocco avevano già preso Ripacandida, Ginestra e Venosa; mentre Melfi, Rapolla e Barile erano insorte; mentre a Rionero da un paio di giorni i 600 uomini della Guardia Nazionale di S. Fele, Ruoti, Avigliano, Muro Lucano, Bella ed de1 Battaglione Lucano aspettavano invano istruzioni per contrastare i briganti, ad Atella si diffuse la voce che l'indomani le guardie (o i rioneresi, a seconda delle versioni) avrebbero saccheggiato e disarmato il paese, disonorando le famiglie.
Per tutta la notte in diversi punti della cittadina gruppi di uomini armati vegliarono su consiglio del sindaco Antonio De Martinis, che il giorno successivo risulterà ammalato, pronti ad opporsi alle violenze annunciate.
Quando, poi, la mattina del 13 aprile i vari reparti, di ritorno nei loro paese, attraversarono la cittadina, furono accolti dalle fucilate provenienti dalle case poste lungo il percorso.
Francesco Stia, capitano della Guardia Nazionale di S. Fele, nel rapporto al Governatore scriverà il 4 maggio che "mentre credevamo penetrare in paese amico, vi trovammo dapprima un silenzio di tomba, e poscia il più vigliacco e sfacciato tradimento per lo preconcetto disegno di sacrificare i valorosi accorsi in loro soccorso, e specialmente la mia colonna, la quale appena ebbe messo piede nel paese servì di bersaglio alle fucilate di quei traditori Atellani, che da tutt'i vani delle loro case facevan fuoco sui nazionali sicchè ebbi a deplorare due morti, e sette feriti. Mi fu detto in seguito... che ciò succedeva con maggiore accanimento delle case de' signori Saraceno e Martino".
Si venne a sapere più tardi che le fucilate provenivano dalle case di "Gerardo Contristanto, di Giuseppe Caruso, … "
Nell'agguato rimane ferito tra gli altri Leonardo Del Priore.
In proposito sia Caruso che Basilide Del Zio sostennero, invece, che in quell'occasione Del Priore morì. Caruso, anzi, affermò di essere stato "per odio di nemico nascosto"accusato di quell'omicidio. Proprio per evitare un'accusa infondata (" ho potuto provare - disse - che nel momento dell'eccidio, io mi trovavo presso il mio padrone Signor Mauro Saraceno: cento persone. per bene, facendosi garanti di me, dichiararono che io era incapace di commettere quel reato...") ed i rigori della legge si unì a Crocco, dopo essersi per qualche tempo rifugiato a Bucito.
Ebbene, non soltanto Del Priore morì ai primi di dicembre del 1861; ma, a proposito della scelta brigantesca di Caruso, il Sindaco di Atella del 1865 scrisse che il nostro seguì Crocco perchè costrettovi dalle minacce "mentre faceva da guardiano nel bosco Bucito".
Quanto, poi, all'essere incapace di commettere reati, Caruso [Carusobis] fu feroce quanto, e forse più di altri briganti: Crocco lo riteneva responsabile di ben 124 omicidi e perfino Del Zio, che pure contribuì ad accreditare la tesi dell'accusa ingiusta, lo definì uno dei più sanguinari membri della banda Crocco.
Non solo. Se in passato si credeva che fosse stato il generale Pallavicini il primo a servirsi di Caruso nella persecuzione dei briganti, già nel febbraio dèl 1864 un capitano dei carabinieri De Vivo aveva impiegato Caruso, presentatosi ai soldati da soli 5 mesi, come guida di un reparto che a Bucito sorprese e per poco non catturò Crocco e Tortora.
Il fatto è che Caruso fu e rimase fino in fondo una pedina nel gioco - il brigantaggio appunto - che i notabili della zona, sfruttando le tensioni sociali esistenti, la miseria ed i rapporti di forte soggezione e dipendenza personale esistenti nelle nostre campagne, inscenarono per evitare che le proprie posizioni di privilegio fossero tra.volte dal rimescolamento di carte, più formale che sostanziale, prodotto dell'Unità d'Italia.
In sostanza, Caruso assunse vesti diverse in relazione al calcolo dei suoi padroni/padrini, che furono gli unici a trar profitto da tutto ciò che avvenne in quegli anni.
Per i contadini, che per la prima volta entrarono nella storia da protagonisti - evento di per sé rilevantissimo - senza però potervi incidere in profondità, nulla cambiò né dopo l'Unità né dopo il brigantaggio. Infatti, un numero considerevole di essi fu costretto, soprattutto quando si fecero evidenti i segni della crisi agraria degli anni ottanta, a cercare migliore fortuna nelle Americhe.
Caruso invece, esauritosi il fenomeno brigantaggio e rimosso con un'accurata operazione di maquillage - iniziata a ben vedere sin dall'inizio sol che si pensi alle "cento persone perbene" pronte a testimoniare per lui - il "passato poco onorevole", venne premiato con un lavoro stabile. Dietro raccomandazione del generale Pallavicini venne, infatti, assunto alle dipendenze della società proprietaria del bosco di Monticchio.
Massimo Lunardelli - Giovedì, 12 Giugno 2008 15:31:12
Alle 8.20 di domenica 18 giugno 1905, nel carcere di Portoferraio, sull'isola d'Elba, muore a 75 anni Carmine Crocco, il brigante lucano che durante gli anni dell'unità d'Italia, alla testa di un esercito che arrivò a contare tremila uomini, aveva messo a ferro e fuoco ampie zone del Mezzogiorno combattendo prima per Garibaldi, poi per i Borbone e alla fine soltanto per se stesso. Muore solo, per atonia senile si legge sullo sbrigativo referto medico. Gli unici che non hanno mai smesso di fargli visita, in quella prigione dove è rinchiuso da quasi quarant'anni, sono stati i lombrosiani, che gli trovano un cranio un po' piccolo rispetto alla statura. Lo psichiatra Pasquale Penta dell'università di Napoli, scriverà di lui nel 1901 sulla Rivista mensile di psichiatria forense come di "un uomo alto, robusto, svelto, ancora dritto e resistente dopo una vita agitata, piena di stenti e sofferenze". E Crocco, tra le lacrime, gli confesserà che vorrebbe tornare a morire là dove è nato. Piange l'uomo condannato per 67 omicidi, 20 estorsioni, 15 incendi di case; colui che se ne andava in giro con il cappello piumato e armato fino ai denti, accolto come un liberatore in tutto il melfese; il solo che poteva permettersi di entrare in chiesa a cavallo; lui, che era stato tra i primi ad adottare la tecnica della guerriglia, guadagnandosi sul campo i galloni di generale dei briganti.
La storia di Carmine Crocco comincia a Rionero in Vulture - oggi in provincia di Potenza, ma allora si diceva nel circondario di Melfi - il 5 giugno 1830, quarto di cinque figli di Francesco Crocco Donatelli e Maria Gera di Santo Mauro, contadini. Nell'autobiografia che Crocco scriverà in carcere nel 1889 e che, trascritta dal capitano medico Eugenio Massa, verrà pubblicata per la prima volta dalla tipografia Greco di Melfi nel 1903, si leggono parole che raccontano la miseria quotidiana: casupole annerite dal fumo da dividere con le bestie; il grano custodito come un tesoro da usare per fare il pane bianco solo quando arrivano le malattie; e intorno zoppi, monchi, reduci di antiche guerre, tra cui lo zio Martino, senza una gamba persa per una palla di cannone nell'assedio di Zaragoza in Spagna, che gli insegnerà a leggere e scrivere.
Quando, nel 1860, scoppiano i moti insurrezionali, Crocco ha già avuto i suoi guai con la giustizia: una condanna per furto nel 1855 a diciannove anni di ferri; un'evasione dal carcere di Brindisi; l'uccisione a coltellate di un signorotto del paese che aveva osato importunare la sorella Rosina. E' latitante e si unisce ai rivoltosi con la speranza di vedersi cancellare i vecchi reati. Ma non sarà così. Tornando a casa con la casacca del vincitore, scoprirà che ancora una volta tutto è cambiato per restare uguale. Persino il sindaco è lo stesso, ma prima stava con i Borbone e adesso con i liberali. Per Crocco non c'è speranza, così torna alla macchia e si unisce alla controreazione borbonica. I boschi di Monticchio diventano il suo impero, la Ginestra il suo recondito rifugio. Per qualche mese il suo destino si incrocia con quello di Josè Borges, il legittimista spagnolo arrivato al sud per organizzare la reazione. Ma il generale dei briganti non accetta di essere subalterno a nessuno e un giorno, all'improvviso, abbandona lo spagnolo al suo destino: catturato, verrà fucilato a Tagliacozzo.
La repressione piemontese contro il brigantaggio fu feroce: "Bastava il sospetto per radere al suolo interi villaggi senza risparmiare le donne e i bambini" dice Mario Proto, docente di Storia delle dottrine politiche all'Università di Lecce. L'argomento è minato. Si rischia di parlar male del Risorgimento facendo contente le varie leghe del nord e del sud, i detrattori di Garibaldi, i tanti e diffusi movimenti neoborbonici nostalgici di Francesco II e del Regno delle Due Sicilie. Ma se si guardano i numeri, ciò che è successo tra il 1861 e il 1964, ha tutta l'aria di una guerra civile. Ai bersaglieri veniva tagliato il pizzetto alla piemontese come fosse uno scalpo mentre i briganti venivano evirati, oppure decapitati, per mostrarne la testa nella pubblica piazza. "In tre anni abbiamo fucilato 7.151 briganti, altro non so e non posso dire", riferisce nel 1864 il generale La Marmora di fronte alla commissione parlamentare d'inchiesta sul brigantaggio voluta dalle sinistre e presieduta dal deputato Massari. "Più che di un esercito unificatore, si è trattato di un esercito occupatore" commenta Valentino Romano, storico del brigantaggio e della storia contadina, "e a farne le spese sono state soprattutto le classi umili, non certo i galantuomini, cioè i veri fomentatori della rivolta, che se ne uscirono tutti per il rotto della cuffia riuscendo a dimostrare un'innocenza che non avevano".
La vita brigantesca di Carmine Crocco si conclude nell'estate del 1864. Il vecchio sistema di potere si è ormai saldato con il nuovo e le masse contadine devono tornare ad essere solo forza lavoro. Nel 1863 inoltre, è entrata in vigore la legge Pica, la prima legislazione sui pentiti che concedeva forti sconti di pena a chi si sarebbe consegnato. Ci prova anche Crocco, che entra a Rionero con una bandiera tricolore in mano, ma poi rinuncia, non si fida. Però nei suoi boschi è sempre più isolato. Lo tradisce, come spesso accade, uno dei suoi uomini più vicini, Giuseppe Caruso, di Atella, che lo vende per un posto da impiegato regio e guida i bersaglieri nei suoi rifugi più segreti. La sera del 28 luglio del 1864 il generale dei briganti, ormai ferito molte volte, tenta la fuga verso Roma. Partirono in dodici, viaggiando di notte per tratturi nascosti, arrivarono in quattro. Ma una volta giunto nello Stato Pontificio, invece della libertà, come credeva, perché in fondo anche nel nome di Pio IX aveva combattuto, Crocco venne incarcerato e consegnato allo Stato italiano dopo sette anni di cella d'isolamento: "Al momento dell'arresto" si legge nella sua autobiografia "avevo con me 19.800 lire e questa somma non fu restituita a me e non fu data al governo, come di diritto, ma finì nelle tasche di qualche monsignore ladrone".
Il processo venne celebrato a Potenza nel 1872 di fronte a un pubblico numerosissimo che anche allora, come adesso, vuole vedere da vicino il terribile assassino, il generale della reazione e delle orde borboniche. Crocco viene condannato a morte, la pena di morte verrà commutata, per regio decreto, nei lavori forzati a vita. Un ergastolo scontato nello stesso carcere, oggi diventato Museo della Giuntella, dove espiarono le loro colpe Napoleone e Passannante, l'anarchico di Salvia di Lucania che nel 1878 tentò di uccidere Umberto I di Savoia.
Chi era, dunque, Carmine Crocco? Un eroe? Un bandito?
"Avrebbe potuto diventare un eroe positivo della storia, ma Crocco era un pastore che sapeva a malapena leggere e scrivere, un'idea precisa di quello che stava facendo non ce l'aveva" racconta Raffaele Nigro, giornalista e scrittore, originario di Melfi, un'adolescenza passata a cercare i leggendari tesori dei briganti nascosti nei tronchi cavi degli alberi, "che naturalmente non ho mai trovato", precisa. "Ormai gli storici sono in gran parte concordi nel definire il brigantaggio la rivolta anarcoide del mondo contadino. E' l'atavica questione della terra, quella terra promessa da Garibaldi che i contadini si videro sfilare da sotto i piedi" sostiene Valentino Romano. "Forse l'analisi più precisa sul brigantaggio" afferma Costantino Conte, del Centro Annali per una Storia sociale della Basilicata, "l'ha fatta Vito Di Gianni, un contadino analfabeta di San Fele, che arrestato, disse:"Fummo calpestati, noi ci vendicammo, ecco tutto".
Oggi, a Rionero, una targa ricorda il luogo dove sorgeva la casa natale di Crocco che, ironia della sorte, è stata sostituita da un'armeria. Esiste un vero e proprio turismo del brigantaggio con percorsi tra i boschi del Vulture che conducono alle grotte e non è raro vedere la faccia di Crocco sulle insegne di qualche trattoria o sull'etichetta di birre o vini; o ancora su magliette, accendini, foulard, brocche in terracotta. Tutto un po' kitsch forse, ma sta a dimostrare che da queste parti il generale dei briganti è diventato icona, più di Garibaldi.
Resta da dire che su Carmine Crocco sono stati pubblicati decine di libri, che sono stati allestiti spettacoli teatrali, che nel 1999 Pasquale Squitieri si ispirò alla sua storia per trarne un film, …E li chiamavano briganti, per altro stroncato dalla critica, con Enrico Lo Verso e Lina Sastri.
Chi scrive invece, su Carmine Crocco ha realizzato un documentario. Quaranta minuti di interviste corredate da immagini di repertorio che cercano di raccontare, a quasi un secolo e mezzo dall'unità d'Italia, la storia di chi ha perduto.
Massimo Lunardelli